Esplosivo al Plastico. Autore: Pilo.

 

Esplosivo al plastico

A Marco, a cui basterebbe un monoplano
 
Il lavoro di Milano è finito in un casino… si sono sparati con gli sbirri…”
Il commando si innervosisce, sparano tutti, all’impazzata, contro il furgone.

OLGA PISCITELLI, Colpo grosso. Bande e solisti della rapina all’italiana, 2005 Editrice ZONA

Dio allora ordinò: “Vi sia luce”. E vi fu luce.

GENESI

E la notte fu luce. Ancora notte, ma il cielo si illuminò, in un lampo. I cinque iniziarono a sputare proiettili traccianti al magnesio, dalle canne dei loro Ak, miravano alla luna. E il cielo si illuminò di schianto, come a Baghdad, e il buio fu giorno.

Milano.

Il bosniaco

Il bosniaco in realtà era un croato di padre serbo ortodosso e madre di stirpe zingara. Misteri dei Balcani. Il padre era stato una spia titoista per trent’anni; la madre rammendava stracci, a casa. Il bosniaco era un omone alto un metro e novantaquattro, spalle larghe come un armadio a tre ante e tutti i denti cariati. Occhi di ghiaccio, capelli cortissimi. Era bello, quando non sorrideva. Durante la guerra aveva combattuto, come tutti. E commerciato in armi, come molti. Si era fatto ricco con la guerra, con le armi, come pochi. Aveva combattuto da parte serba, con Milosevic, con Kadijevic, aveva pure sparato, talvolta, tra cuore e polmone, a qualche croato, a cuore freddo, a mente ferma, la guerra è guerra, così si dice.

Finito il caos fratricida vi fu il reinserimento e il riciclaggio, di troppi. Aveva continuato a commerciare in armi lui. Ora si trovava a Milano, per qualche giorno, portava con sé una partita di armi destinata ai calabresi. Nella cantina di una casa affittata con il passaporto, falso, di un bosniaco con visto turistico, aveva appena finito di stipare: 11 Kalashnikov di produzione cinese, 4 fucili mitragliatori, 16 bazooka monouso, 6 bazooka ricaricabili, 34 bombe a mano, 9 pistole automatiche, 11 mine antiuomo, 6 anticarro, quindicimila cartucce, sedicimila palle perforanti-incendiarie di produzione bosniaca prodotte dalla Ingam di Konjic, 25 kili di esplosivo al plastico, 7 SA-7 “Grail” sovietici e una ventina di mitragliatrici Sig Sauer provenienti direttamente dall’UCK albanese tramite una via kosovara della droga.

Avrebbe incontrato i calabresi tra due giorni, c’era tempo.

Tempo da ammazzare.

Al bosniaco, ora, quello che più mancava, era una bella e sana botta di adrenalina. Di quelle forti. La voglia! E per questo organizzò, con altri cinque, slavi, addestrati come militari e freddi come pochi, reduci della guerra in Bosnia e mercenari comuni, il “commando”. Tutti professionisti. Obiettivo: furgone portavalori da almeno sei miliardi nel centro di Milano; blindato della Mondialpol, con due vigilantes, che riscuoteva gli incassi di grandi magazzini e ipermercati per tutta Milano nord. Avevano, loro, già rubato: un camion Iveco rosso e azzurro, una Jeep Cherokee, una Audi A3 e una Mercedes. Cambiato targhe e corazzato l’Audi per speronare, nell’evenienza. Ma il bosniaco era un vero professionista, perfezionista, sapeva. Sapeva che cinque uomini, per un commando, per un commando ben fatto, veloce e diretto, erano pochini. Almeno otto, otto era il numero giusto, non troppi, non pochi, otto: il numero perfetto! E qui entrò in gioco l’”italiano”.

L’italiano

L’italiano aveva un gran brutto sorriso, non aveva un solo dente cresciuto dritto, tutti storti: sembrava gli fosse quasi esplosa della nitroglicerina tra le gengive, la dinamite. Era un emigrato di seconda generazione dalla Calabria: genitori calabresi venuti al nord a fare gli schiavi in una fabbrica di cellophane. Padre morto giovane, lui ancora bimbo, tanti fratelli, lui il più piccolo. Aveva un gran brutto sorriso ma sorrideva sempre. Parlava milanese meglio dei milanesi, cresciuto in strada. Era basso, occhi grandissimi e neri e capelli nero corvino, ricciolini e crespi, tanti.

Il suo primo furto l’aveva fatto a quattordici anni, da un fioraio, col taglierino. Si era portato via un mazzo di rose e un misero incasso. Le rose erano per la vicina di casa Fernanda , l’incasso era per portare lei al cinema e vedere un film francese di Pinoteau con la Marceau. L’avevan visto già tutti! Fernanda non l’aveva mai voluto, e non lo volle nonostante le rose. Ma ormai lui era in ballo! Da minorenne dentro e fuori, riformatorio, piccoli furti e spacconate. Poi la maggiore età, dentro e fuori, amicizie giuste e alzare il tiro. Non era stata una scelta programmatica la sua criminalità. Ma una parabola senza senso. Ci si era ritrovato. Una spacconata come un’altra.

Non aveva paura di niente, aveva coraggio, ma il coraggio di uno senza testa. E senza futuro. Nulla da perdere. E si era ritrovato a rapinare banche, armi e soldi e altre rose rosse. E poi fu preso. Ora aveva trent’anni e quasi nove già passati dietro le sbarre.

In carcere gli avevano giusto insegnato il giardinaggio. La riabilitazione che funziona, il reinserimento dello Stato. Tante grazie. Era uscito, e aveva ripreso a fare l’unico lavoro che ormai conosceva: le rapine. Grazie allo Stato!

Rose rosse sì, ma fatte con la Beretta.

L’anello di congiunzione: il croato

L’italiano sorrideva sempre, da una vita. Il bosniaco mai, da anni. Al bosniaco servivano otto uomini, ne aveva cinque, bravi, ma cinque. Almeno altri tre gli occorrevano.

Aveva fatto un giro di chiamate, e aveva trovato il sesto. Era un croato, come lui. Era del suo stesso piccolo paese: Bogdanovci, regione di Vukovar, poco più di duemila abitanti. E bastava questo per fidarsi. I compaesani sono come fratelli che hanno avuto la stessa nutrice, anche se non corrisponde il sangue. Che hanno ciucciato lo stesso latte dalla stessa mammella; cresciuti con le stesse storie, stessi racconti, stessi sogni di fuga e rivolta: fratelli! Bastava e avanzava, per fidarsi. E il croato era in Italia da anni, e da anni si faceva di crack, come un dannato. Fratelli! Anche lui dentro e fuori, galera e spaccio. Si era ripulito. L’aveva ripulito la detenzione. O forse non era pulito affatto, ma era un fratello: stessa tetta, stessa poppata, stesso passato e stessa storia.

Il croato aveva passato quattro mesi a dividere la cella con l’italiano: lo stimava. Aveva, l’italiano, coraggio per quattro: senza testa, pensieri. Ed erano diventati amici. E il croato presentò l’italiano al bosniaco. E il bosniaco disse: “Mi sembra un cocainomane casinista!”. E aveva ragione, sul casinista. E il bosniaco non ne era convinto, affatto, ma mancava il tempo.

E furono in ballo.

E furono sull’Audi A3, quella corazzata in caso di evenienza, che si dirigevano verso via Imbonati, col bosniaco muto sul sedile anteriore. Dietro stavano il croato e l’italiano, e l’italiano non stava zitto un attimo e parlava e rideva e diceva sciocchezze. Due modi diversi di prepararsi, concentrarsi: antitetici. Come giorno e notte. Due mondi.

L’azione

Avevano un Akm ciascuno; l’italiano aveva detto di essere un esperto con gli esplosivi. Sembrava proprio che al bosniaco non andasse a genio l’italiano: un casinista! Lo slavo esperto di esplosivi stavolta non c’era, l’uomo fidato, quello che il bosniaco chiamava semplicemente e in modo sbrigativo “l’artificiere”. Il bosniaco prese l’esplosivo, due kg di esplosivo al plastico di produzione sovietica, e li mise diretto tra le mani dell’italiano senza dir parola. Si fidava. O doveva. Con riserva. Oramai. In ballo.

Cinque della notte: buio pesto, silenzio.

Il portavalori da sei miliardi stava arrivando. Uno degli slavi girò la chiave sul quadrante dell’Iveco e lo mise in moto, andando a posizionarlo di traverso sulla strada per ostruire il passaggio. Arrivò il blindato e trovò l’ostacolo. Il vigilante alla guida inserì subito la retromarcia per tentare la fuga, da dietro arrivò la Jeep. La guidava il croato. Posizionò il Cherokee sul culo del furgone, impedendogli ogni margine di manovra. E il portavalori fu assediato dagli otto. Il bosniaco sventagliò una scarica di caricatore sulla fiancata, un monito, far capire che non si scherzava. Uno slavo andò e spalancò la portiera dal lato del conducente, giusto per puntargli la canna dritto alla testa. Prese l’autista e lo scaraventò fuori dalla vettura. “Apri!”. E lui aprì sul retro.

Il portavalori aveva due porte blindate, l’autista aprì la prima, tremante, sempre sotto tiro, bianco come un cencio tremava come una foglia. La seconda aveva invece un dispositivo di sicurezza, non poteva essere aperta a piacimento, ma loro lo sapevano: avevano il plastico!

E qua entrò in scena l’italiano.

Saltò dentro il furgone e iniziò ad armeggiare esplosivo e detonatore. Sorrideva, pareva ridere.

Pareva ridere, sorrideva e non ne capiva un cazzo! Aveva visto mille volte preparare l’esplosivo, le componenti, le azioni da compiere: ma in realtà tali azioni mai le aveva svolte! Mai in prima persona, almeno.

Lavorò sodo, sorrideva, mostrava i denti storti, il pessimo sorriso e gli colava il sudore dalla fronte. Era sicuro di riuscire! Sapeva cosa doveva fare, pensava al massimo di aver poca confidenza di mano, ma ci credeva. Credeva. E finì. E tutto era perfetto, magari non bello, come lavoro, l’estetica, ma sicuramente funzionale, il tutto, l’ingranaggio.

Saltò giù. Lo azionò. Un attimo. Attimi. E non esplose. Nulla. Silenzio, nella notte.

Aveva fatto un casino, col detonatore. Non esplose. E forse era pure meglio. Visto che nel caso aveva sbagliato pure le dosi: aveva messo tutti i due kg di plastico sovietico, roba da pazzi. Per far saltare la serratura ne bastavano cento grammi, quella era una carica che poteva abbattere un palazzo. Una voragine e tutti morti. Aveva fatto un casino!

Silenzio.

E l’italiano non sapeva che fare, ma sorrideva, e sembrava ridere. Mostrava i denti, storti. Il bosniaco lo guardò, capì che era finita e iniziò a sparare al cielo col suo Ak, per far star tutti calmi, fermi, e coprirsi agevolmente la fuga. E così gli altri slavi, i professionisti. Iniziarono a svuotare i loro caricatori sulla luna e ad avviarsi verso la Mercedes e l’Audi corazzata, parcheggiate poco più in là, in via Bovio. Avevano caricato gli Akm con proiettili traccianti; e in quell’angolo di mondo la notte fu luce. Il cielo si illuminò, come a Belgrado, e fu uno spettacolo, ed era notte, e fu giorno!

Il bosniaco mentre andava verso l’auto, via, si girò, a controllare, che tutto filasse, e lo vide: l’italiano. Erano irrimediabilmente diversi. Come giorno e notte. Lo guardava, là, sembrava non volersi muovere, mai, rideva e sorrideva, sembrava felice, fermo, piantato sulle sue gambe, col baricentro basso, a sparare alle nuvole e guardare, fissare, le traiettorie dei proiettili, come un ebete. Poi i loro sguardi si incrociarono. Il bosniaco, tra i due, era la notte. L’italiano, mentre i loro sguardi si incontravano, fece un altro sorriso, l’ultimo, di scuse divertite. Poi, per la prima volta, dopo anni, anche il bosniaco sorrise! L’italiano rise, e vide i denti marci, cariati, dell’omone. Erano diversi, ma si erano incontrati, e ora si scambiavano reciprocamente i loro terribili sorrisi.

L’azione era finita, male, ma tra le risate dei due uomini, dei due uomini così diversi. L’epilogo di un assalto mancato.

Ora erano fratelli.

Come fratelli.

Sangue diverso certo, ma stessa nutrice.

Così pensava.

E allora il bosniaco rialzò il suo Akm, ma stavolta non verso il cielo. Mirò e sparò. Scaricò i colpi sul viso dell’italiano, la testa esplose, rinculò di un cinque metri, cadde a terra dopo un volo all’indietro. Non aveva più una testa. Gli era esplosa di schianto. E intorno al corpo c’era una mezzaluna di poltiglia e cervella. Un corpo decapitato. E l’italiano smise di sorridere, per sempre.

Quello del bosniaco non era stato un sorriso, ma un ghigno.

 

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