Un Vestito Verde Pera. Autrice: Alessandra Piccoli.

Un Vestito Verde Pera. Di Alessandra Piccoli.

“Hai la forma della mia stratocaster. Sei dimagrita, le tue anche sono più sporgenti questa settimana.Vorrei suonarti come si deve”

“Sono stata al centro l’altro ieri, mi hanno messo davanti un piatto pieno, non ricordo più che cosa fosse, ma mi è venuta la nausea per l’odore, credo fossero verdure con carne, proteine, poi c’era un pezzo di pane a dieci centimetri, l’ho preso in mano e mi sono fatta delle briciole. Quante calorie avranno una decina di briciole?”

“Tu sei pazza, non stai bene, devi uscirne, diventerai sterile perderai tutti i denti e i capelli , non potrai diventare madre, lo sai questo? non avremo un futuro se continui così.

Perché invece le tue dosi quotidiane di eroina ci garantiranno un futuro? Sarà quello il nostro investimento? Tu credi che ti rimarranno i denti, credi che ti rimarrà molto da vivere ancora? cosa credi di poter trasmettere ai tuoi figli?”

“Adesso girati non voglio pensarci, girati e resta qui con me, mi viene da vomitare. Hai fame?”

“Un po’. Però togli quello specchio mi fa paura, mi parla troppo sinceramente, sono abituata alle bugie. Credo mi piacciano”

“Ti amo”.

“Si ok, ora dormi”.

Quella stessa notte sognai un albero, con grosse radici che emergevano dal terreno. Frutta appesa come una scelta non ancora giunta a maturazione, e di un’altra specie rispetto alla natura di quella pianta. Che poi forse ero io, un ciliegio con delle banane appese. Frutta morta evidentemente, ma ancora polposa, quasi invitante. In fin dei conti la morte a volte è una scelta, possiamo dare la colpa al profumo o al colore, persino alla bellezza dell’albero che ci sta ingannando ma il braccio che si tende per afferrare il frutto è il nostro.

So solo che mi risvegliai all’improvviso sudata e con una gran fame. Trovai delle banane sopra al tavolo in cucina e sbucciandone una dalla parte più difficile tornai a letto. La pesantezza di quel frutto mi fece ripiombare nel sonno ma questa volta sognai l’impasto per il ripieno dei tortellini e mi mancava un ingrediente come nei peggiori incubi culinari. Tu eri lì e russavi come un bambino con le adenoidi; lo fai sempre quando ti addormenti ubriaco. La cosa che mi fa più incazzare è che non ti ricordi mai i sogni. La noce moscata, ecco cos’era.

Dormivo in autobus e pensavo al tuo alito. Non che mi fossi svegliata per quel motivo ma avevi bevuto davvero troppo. Non avrei voluto staccarmi dalla tua schiena per niente al mondo e nemmeno dalle tue bugie a cui ormai  ero abituata. L’unico sincero era lui, che se ne stava lì in mezzo, estraneo e bello sveglio. Ci siamo salutati per bene, tu nel sonno ti lamentavi, o fosse non so, saranno stati i miei denti. Quelli che non ho lavato per andarmene fuori dal letto con qualcosa di tuo in bocca. Le giornate sono lunghe, e non poterti vedere fino a sera mi pesa, e per allontanarti dalla mia testa penso a quando sei incazzato, a quando bestemmi e minacci di andartene e ti vedo qui davanti stanco di tutto, curvo con tutto il peso della vita sulle spalle e un enorme vuoto dentro, un vuoto riempito di  oppiacei. Un vuoto che scoppia e mi ferisce. Non è tua la colpa dici, lo dici sempre finchè raccolgo i tuoi pezzi e cerco di ricomporti. Li cerco e ne manca sempre qualcuno e mi chiedo chi mai ti potrà comprendere a fondo, tra le braccia di chi ti aprirai definitivamente per andarci a morire, sollevato da tutto e in pace. Con me non lo sei di certo, che cosa ti posso dare io-tu dici-che ho deciso di suicidarmi lentamente privandomi del cibo? e poi siamo fragili, siamo due cristalli io e te, lanciati uno contro l’altro da non so chi, e ci feriamo con le nostre stesse schegge. Sapevamo  che ci saremmo fatti del male, è stato uno dei pochi momenti di lucidità in tutta la nostra storia, sapevamo anche ciò che lasciavamo, cose calde e comode, ma non avevano l’odore del ragù della domenica. Io il ragù ora non lo potrei nemmeno pensare, ma ho ben presente quella sensazione di casa, che riesco a riconoscere anche quando dormo con te dentro ad uno scatolone in stazione. Hai i brividi spesso, degli scatti che mi spaventano ma riesci sempre a scaldarmi e a farmi sparire lì dentro, tu così insicuro di tutto ma con il tuo amore che sento pieno e pesante, come quando ti addormenti sopra di me, dietro, dopo l’orgasmo.

“L’hai fatto ancora eh? Lo sento dal tuo odore”.

“No, te lo giuro”.

“Non mentirmi hai l’occhio destro che ti parte”.

“Si ok, l’ho fatto ma non rompermi i coglioni ok?”

“Perchè continui a farti? Perchè continui a farti del male? Quello che fai a me è relativo, lo sai che poi mi aggiusto le cose”.

“Perchè non ce la faccio così, cerco qualcosa, qualcosa che mi stordisca più di te, qualcosa di così lontano e diverso da ciò che sei tu che non mi faccia pensare a quanto mi fai soffrire. Perchè tu mi stai uccidendo nel più lento e doloroso dei modi. E poi anche tu ti scopi gente tutti giorni senza nemmeno sapere chi siano, non li guardi nemmeno in faccia”.

“Io lo faccio per noi, per i soldi, perchè ci credo e voglio un futuro, un futuro che vedo fatto di pavimenti di legno chiaro, con dei bambini che gattonano e lo stereo acceso, perchè ci vedo ballare abbracciati e ridere, col desiderio di far l’amore sempre. Io mi vedo grassoccia, non trascurata ma con la carne che non ho mai avuto e ti immagino stanco e sereno seduto su un divano bianco che leggi il tuo libro preferito, con i piedi sopra al tavolino e due birrette aperte. Sbaglio?”

“No, ma non sarà mai così, moriremo giovani e senza figli, moriremo come due disgraziati, e nessuno dirà una buona parola al nostro funerale”.

“Moriremo abbracciati questo è sicuro”.

“Ci separeranno, vedrai. Di me diranno che ero un tossico, di te che eri una puttana anoressica. E poi dopo qualche mese nessuno si ricorderà di noi, metteranno i fiori di plastica”.

“Beh, intanto oggi ho fatto duecento euro. Ci mangiamo 15 giorni e paghiamo la stanza”.

“Sei fortunata che ti li danno ancora tutti quei soldi, ci vuole coraggio a scoparsi quattro ossa”.

“Smettila sei crudele, oggi ho mangiato una brioche!”

“Si vede, certo, hai le guance più rosee, sembri viva”.

“Vai a fare in culo. Guardati prima di parlare, si vedono i buchi sulle braccia, dovresti iniziare a farti sulle caviglie, o non ne troverai una che si fa un giro su di te, hanno paura tutte delle malattie ora”.

“Smettila, non so come sia possibile che io ti desideri ancora così tanto, vattene, che cosa vuoi da me?”

Agosto non è un buon mese per morire di freddo. Trovare un fioraio che abbia delle rose decenti è un’impresa. E finisci per doverti accontentare di gerbere gialle e fucsia. Come tutti i vicini. Eppure avevo freddo e ti pensavo.

Pensavo a quando ci siamo conosciuti al liceo, alle gite assieme, a quando siamo finiti in presidenza perchè fumavamo erba in bagno, ai nostri “ io un giorno ti sposerò, te lo prometto”. Mi dicevi che saresti venuto a prendermi, che avrei dovuto esser sempre carina e in ordine, ogni giorno, a qualunque ora, perchè mi avresti fatto una sorpresa. E non mi avresti portata via in tuta da ginnastica, o con delle scarpe brutte. Ho passato una vita a farmi carina per te, e non ne avevo molta voglia, ti ho aspettato come il giorno della gita, con gli occhi lucidi quando si guarda il pullman nuovo arrivare e pensi che salirai proprio lì. Mi sono sposata con un bel vestito verde pera, il tuo colore preferito, anche se non c’eri tu a dire si. Ma erano dettagli. Prima o poi saresti arrivato.

Sei arrivato tardi, ho voluto provare, la siringa era lì sul tavolo, usata. So dove tieni la roba. Ho freddo.

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